GepriLandia di Elvi Geprini – Consulente felina di II Liv. e coach relazionale

Non è SOLO il tuo gatto, per me è la tua FAMIGLIA!

🖤 Nel riflesso del gatto nero — 25 ottobre 2025

🖤 Nel riflesso del gatto nero

Ciò che abbiamo bruciato, e ciò che ancora ci spaventa

“Quando non comprendiamo qualcosa, la chiamiamo male.
E quando non comprendiamo noi stessi, lo chiamiamo peccato.”
— Anonimo, XVII secolo

Ottobre ha un modo tutto suo di rallentare il mondo.
Il buio scivola prima del tramonto, la luna si alza come un faro antico, e tra le foglie secche qualcosa si muove: un passo felpato, due occhi d’ambra.
Il gatto nero — da sempre simbolo di mistero e paura — attraversa la storia umana come uno specchio che riflette ciò che non vogliamo vedere di noi.
Nel Medioevo bastava il suo sguardo per evocare il Diavolo. Bastava vederlo attraversare la strada per sentirsi maledetti.
Ma il gatto non portava sfortuna: portava ombra, quella parte interiore che da secoli cerchiamo di cancellare.

“Ogni epoca ha il suo capro espiatorio. Il gatto nero fu uno dei nostri.”
— Jules Michelet, La strega (1862)

Nelle credenze popolari, il gatto è sempre stato una creatura liminale: vive a metà tra la casa e la notte, tra la veglia e il sogno.
In Egitto era sacro, incarnazione di Bastet, la dea della protezione e della fertilità; nel Medioevo, invece, divenne il messaggero del male.
Si diceva che le streghe potessero trasformarsi in gatti per non essere riconosciute, o che avessero accanto a sé un “famiglio”, uno spirito servitore dalla forma felina.
In alcune zone d’Europa, soprattutto nel Nord, i gatti venivano persino impiegati in rituali apotropaici (cioè riti che servivano a scacciare il male o allontanare la sfortuna).
Venivano bruciati, sepolti nelle fondamenta delle case o gettati dai campanili come offerta purificatrice.
Da questi atti di superstizione nacque una convinzione potente e terribile: che il gatto nero fosse il custode dell’oscurità.

“Là dove si uccide un gatto, si spegne un frammento di mistero.”
— Claude Lévi-Strauss (attribuita)

Tra il XV e il XVIII secolo, l’Europa fu attraversata da un’ossessione collettiva: la caccia alle streghe.
Centinaia di migliaia di donne furono accusate di praticare la magia, di fare patti con il diavolo, di manipolare raccolti e malattie.
In realtà, molte di loro erano levatrici, guaritrici, erboriste o semplicemente donne sole e indipendenti.
Il loro sapere — femminile, naturale, non controllabile — divenne un pericolo per il potere religioso e patriarcale.
E con loro, anche i gatti che le accompagnavano finirono nel mirino.
Durante alcuni roghi, le cronache raccontano di animali arsi vivi insieme alle “streghe”, come simboli del male da estirpare del tutto.
Le confessioni, estorte con torture disumane — ferri roventi, sonno negato, ceppi di ferro che spezzavano le ossa — venivano usate per alimentare il terrore.
In Scozia, a Würzburg e in molte città tedesche, la tortura era sistematica; e a ogni confessione corrispondeva un nuovo nome da accusare.
Così, la paura si moltiplicava.

“La paura è contagiosa quanto il fuoco, e il fuoco brucia ciò che non conosce.”
— Heinrich Kramer, Malleus Maleficarum (1487)

I gatti, come le streghe, furono vittime della stessa logica: eliminare ciò che non si controlla.
Bruciati vivi nelle piazze, gettati dalle torri di Ypres in Belgio o perseguitati durante feste rituali, rappresentavano l’altro da sé.
Paradossalmente, proprio l’eliminazione dei gatti contribuì — secondo alcuni storici — alla diffusione della peste: meno felini significava più topi, e quindi più malattia.
Il male che si voleva esorcizzare, insomma, tornava amplificato.
E così, nei secoli, il gatto nero continuò a portare sulle spalle il peso della superstizione.
Attraversare la strada, apparire in sogno, fissare nel buio: tutto diventava presagio.
Eppure, il suo sguardo restava immutato — neutro, antico, senza giudizio.

“Ciò che temiamo nei gatti è la libertà.”
— Jean Cocteau

Oggi li celebriamo ad Halloween, li vestiamo di mistero e magia, ma raramente ricordiamo che dietro quelle immagini si nasconde una memoria di persecuzione.
Ogni lanterna che accendiamo a Samhain rischiara anche i secoli bui del pregiudizio.
Il gatto nero non è più un emissario del diavolo, ma il simbolo di chi sopravvive nonostante la paura degli altri.
Nel lavoro interiore — che sia attraverso la libroterapia o il coaching relazionale — il gatto nero ci invita a guardare dentro ciò che abbiamo escluso: le nostre paure, le nostre colpe, la nostra parte selvaggia
La strega, a sua volta, ci ricorda che guarire è un atto rivoluzionario.
Insieme, rappresentano il coraggio di restare integri nella diversità.

“Ciò che chiamiamo oscuro è spesso solo ciò che non abbiamo ancora imparato ad amare.”
— Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi

Forse, nelle notti di ottobre, quando un gatto nero si ferma sulla soglia e ci guarda in silenzio, non porta sfortuna: porta memoria.
Ci ricorda che il male che perseguitiamo fuori spesso abita dentro di noi, e che l’unico modo per dissolverlo è accoglierlo.
Ogni carezza data a un gatto nero è un atto di riparazione invisibile, un modo per dire al passato: abbiamo capito, e non vi bruceremo più.

“Ci sono occhi che hanno visto i roghi,
e ancora ci perdonano.”
— Elvi Geprini

Il gatto come specchio delle emozioni: quello che possiamo imparare da lui — 11 ottobre 2025

Il gatto come specchio delle emozioni: quello che possiamo imparare da lui

Chi vive con un micio lo sa: a volte sembra che ci legga dentro.
Non parlo di magia, ma di una sensibilità sottile che li rende specchi delle nostre emozioni.
Quello che noi proviamo, spesso lo vediamo riflesso nei loro occhi, nei loro comportamenti, nei loro silenzi.
Ed è un’esperienza che ci accompagna non solo nella vita quotidiana, ma anche quando li incontriamo tra le pagine di un libro.


Ci sono studi che dimostrano come i gatti riescano a “leggere” i nostri segnali. Non nel senso che interpretano le parole, ma perché combinano i nostri gesti, il tono della voce e l’energia che trasmettiamo.
Se siamo calmi, anche loro si distendono. Se siamo agitati, spesso li vediamo che scattano, si nascondono o diventano nervosi.

Un’altra ricerca ha messo in evidenza che la personalità del proprietario può influenzare quella del gatto. Per esempio: persone molto ansiose o con livelli alti di “neuroticismo” (una parola tecnica che indica instabilità emotiva, cioè chi vive di più ansia, preoccupazione, sbalzi d’umore) tendono ad avere gatti che mostrano più stress o paure.
Questo non vuol dire che sia colpa di chi vive con loro: significa che il legame è così forte da riflettersi anche su di loro.


Da secoli il gatto è uno specchio dell’animo umano.
Nell’antico Egitto era venerato come protettore, custode del mistero e del focolare domestico.
In letteratura, Edgar Allan Poe ha usato il gatto come metafora della colpa e della coscienza (Il Gatto Nero è forse l’esempio più noto).

E poi c’è la psicologia simbolica: nei sogni o in percorsi di arteterapia, il gatto appare spesso come simbolo di indipendenza, intuizione, vulnerabilità. In “sandplay therapy” (la “terapia della sabbia”, in cui si usano miniature e scenari simbolici in una cassetta di sabbia) i gatti compaiono per rappresentare aspetti nascosti della persona che li inserisce nella scena.


Hai mai letto un libro in cui un gatto vive un dolore, un lutto, un’ingiustizia?
A volte è insostenibile andare avanti. Non vediamo più un personaggio, ma il riflesso del nostro compagno peloso, del nostro bimbo peloso.
Ci fa male perché ci riconosciamo: sentiamo il suo dolore come nostro.
Ci vengono le lacrime agli occhi perché non stiamo più leggendo “il gatto del libro”, ma il nostro, o una parte fragile di noi stessi.

È qui che il gatto diventa davvero specchio: ci costringe a sentire e a riconoscere le emozioni che magari non vogliamo guardare direttamente.


  • Nota quando il tuo micio si avvicina spontaneamente: spesso è nei momenti in cui sei più calmo.
  • Fai caso a quando invece si allontana: può succedere se sei agitato, teso, arrabbiato.
  • Quando leggi una storia con un gatto in difficoltà, prova a fermarti: cosa ti sta smuovendo dentro? È solo empatia… o c’è qualcosa che riguarda anche te?

Non sono “esercizi” da manuale, ma piccole lenti per osservarti e osservarlo meglio.


In Felix Litera leggiamo libri in cui i gatti (e gli animali in generale) ci accompagnano in viaggi emotivi.
Non c’è nulla di mistico: leggiamo, discutiamo, ci confrontiamo.
E pian piano scopriamo come le vicende di un personaggio – umano o animale – parlino di noi, delle nostre emozioni e dei nostri nodi interiori.
Il gatto, in questo percorso, non è solo simbolo: è il filo che ci tiene ancorati a qualcosa di familiare mentre esploriamo territori emotivi nuovi.


I gatti non sono solo animali da compagnia: sono compagni emotivi.
Che siano accoccolati sul divano o tra le pagine di un libro, ci rimandano parti di noi che non sempre vogliamo vedere.
Accorgersene è il primo passo per crescere insieme a loro.

Il potere simbolico degli animali nei libri 🐱📚✨ — 17 settembre 2025

Il potere simbolico degli animali nei libri 🐱📚✨

Quando leggiamo una storia, non incontriamo solo personaggi umani: spesso sono proprio gli animali a condurci nei mondi più profondi dell’immaginazione e dell’anima.
Dal cavallo alato Pegaso al gatto parlante delle fiabe, ogni creatura porta con sé un messaggio nascosto, un riflesso delle nostre emozioni e dei nostri desideri.


Gli animali hanno da sempre un ruolo simbolico nella cultura: sono archetipi, custodi, guide. Nei romanzi, nelle favole e persino nelle poesie, la loro presenza non è mai casuale:

  • Il gatto rappresenta spesso l’intuito, il mistero, la libertà di essere se stessi.
  • Il cane parla di fedeltà, amore incondizionato e protezione.
  • Gli uccelli richiamano il desiderio di libertà, la visione dall’alto, la leggerezza.
  • Gli animali selvatici (orsi, lupi, tigri) ci parlano della nostra parte istintiva, quella forza che dobbiamo imparare a riconoscere e rispettare.

Quando ci lasciamo accompagnare da un animale letterario, stiamo in realtà incontrando una parte di noi. La volpe de Il Piccolo Principe, il drago de La Storia Infinita, i gatti dei racconti giapponesi o di Haruki Murakami: ognuno diventa uno specchio simbolico che riflette emozioni, paure e possibilità.

La libroterapia umanistica lavora proprio su questo: l’animale diventa una chiave per riconoscere aspetti di noi che non osiamo nominare, ma che il racconto rende vivi e tangibili.


Nei laboratori di libroterapia che conduco, invito spesso a soffermarsi su quale animale compare nelle letture. Non è mai un caso: la sua voce ci invita a porci domande nuove:

  • Quale animale mi ha colpito di più nella storia?
  • Che cosa mi trasmette?
  • Quale parte di me rappresenta?

Rispondere a queste domande apre un dialogo intimo con se stessi e con il proprio mondo interiore.


La prossima volta che incontrerai un animale tra le pagine di un libro, prova a chiederti cosa vuole raccontarti. Potrebbe rivelarsi una guida silenziosa, capace di illuminare aspetti della tua vita che aspettano solo di essere riconosciuti.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce Felix Litera, il laboratorio in cui libri e gatti si intrecciano per accompagnarti in un percorso di scoperta e trasformazione.