Ciò che abbiamo bruciato, e ciò che ancora ci spaventa

“Quando non comprendiamo qualcosa, la chiamiamo male.
E quando non comprendiamo noi stessi, lo chiamiamo peccato.”
— Anonimo, XVII secolo

Ottobre ha un modo tutto suo di rallentare il mondo.
Il buio scivola prima del tramonto, la luna si alza come un faro antico, e tra le foglie secche qualcosa si muove: un passo felpato, due occhi d’ambra.
Il gatto nero — da sempre simbolo di mistero e paura — attraversa la storia umana come uno specchio che riflette ciò che non vogliamo vedere di noi.
Nel Medioevo bastava il suo sguardo per evocare il Diavolo. Bastava vederlo attraversare la strada per sentirsi maledetti.
Ma il gatto non portava sfortuna: portava ombra, quella parte interiore che da secoli cerchiamo di cancellare.

“Ogni epoca ha il suo capro espiatorio. Il gatto nero fu uno dei nostri.”
— Jules Michelet, La strega (1862)

Nelle credenze popolari, il gatto è sempre stato una creatura liminale: vive a metà tra la casa e la notte, tra la veglia e il sogno.
In Egitto era sacro, incarnazione di Bastet, la dea della protezione e della fertilitĂ ; nel Medioevo, invece, divenne il messaggero del male.
Si diceva che le streghe potessero trasformarsi in gatti per non essere riconosciute, o che avessero accanto a sé un “famiglio”, uno spirito servitore dalla forma felina.
In alcune zone d’Europa, soprattutto nel Nord, i gatti venivano persino impiegati in rituali apotropaici (cioè riti che servivano a scacciare il male o allontanare la sfortuna).
Venivano bruciati, sepolti nelle fondamenta delle case o gettati dai campanili come offerta purificatrice.
Da questi atti di superstizione nacque una convinzione potente e terribile: che il gatto nero fosse il custode dell’oscurità.

“Là dove si uccide un gatto, si spegne un frammento di mistero.”
— Claude Lévi-Strauss (attribuita)

Tra il XV e il XVIII secolo, l’Europa fu attraversata da un’ossessione collettiva: la caccia alle streghe.
Centinaia di migliaia di donne furono accusate di praticare la magia, di fare patti con il diavolo, di manipolare raccolti e malattie.
In realtĂ , molte di loro erano levatrici, guaritrici, erboriste o semplicemente donne sole e indipendenti.
Il loro sapere — femminile, naturale, non controllabile — divenne un pericolo per il potere religioso e patriarcale.
E con loro, anche i gatti che le accompagnavano finirono nel mirino.
Durante alcuni roghi, le cronache raccontano di animali arsi vivi insieme alle “streghe”, come simboli del male da estirpare del tutto.
Le confessioni, estorte con torture disumane — ferri roventi, sonno negato, ceppi di ferro che spezzavano le ossa — venivano usate per alimentare il terrore.
In Scozia, a WĂĽrzburg e in molte cittĂ  tedesche, la tortura era sistematica; e a ogni confessione corrispondeva un nuovo nome da accusare.
Così, la paura si moltiplicava.

“La paura è contagiosa quanto il fuoco, e il fuoco brucia ciò che non conosce.”
— Heinrich Kramer, Malleus Maleficarum (1487)

I gatti, come le streghe, furono vittime della stessa logica: eliminare ciò che non si controlla.
Bruciati vivi nelle piazze, gettati dalle torri di Ypres in Belgio o perseguitati durante feste rituali, rappresentavano l’altro da sé.
Paradossalmente, proprio l’eliminazione dei gatti contribuì — secondo alcuni storici — alla diffusione della peste: meno felini significava più topi, e quindi più malattia.
Il male che si voleva esorcizzare, insomma, tornava amplificato.
E così, nei secoli, il gatto nero continuò a portare sulle spalle il peso della superstizione.
Attraversare la strada, apparire in sogno, fissare nel buio: tutto diventava presagio.
Eppure, il suo sguardo restava immutato — neutro, antico, senza giudizio.

“Ciò che temiamo nei gatti è la libertà.”
— Jean Cocteau

Oggi li celebriamo ad Halloween, li vestiamo di mistero e magia, ma raramente ricordiamo che dietro quelle immagini si nasconde una memoria di persecuzione.
Ogni lanterna che accendiamo a Samhain rischiara anche i secoli bui del pregiudizio.
Il gatto nero non è più un emissario del diavolo, ma il simbolo di chi sopravvive nonostante la paura degli altri.
Nel lavoro interiore — che sia attraverso la libroterapia o il coaching relazionale — il gatto nero ci invita a guardare dentro ciò che abbiamo escluso: le nostre paure, le nostre colpe, la nostra parte selvaggia
La strega, a sua volta, ci ricorda che guarire è un atto rivoluzionario.
Insieme, rappresentano il coraggio di restare integri nella diversitĂ .

“Ciò che chiamiamo oscuro è spesso solo ciò che non abbiamo ancora imparato ad amare.”
— Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi

Forse, nelle notti di ottobre, quando un gatto nero si ferma sulla soglia e ci guarda in silenzio, non porta sfortuna: porta memoria.
Ci ricorda che il male che perseguitiamo fuori spesso abita dentro di noi, e che l’unico modo per dissolverlo è accoglierlo.
Ogni carezza data a un gatto nero è un atto di riparazione invisibile, un modo per dire al passato: abbiamo capito, e non vi bruceremo più.

“Ci sono occhi che hanno visto i roghi,
e ancora ci perdonano.”
— Elvi Geprini